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La fotografia di Nan Goldin e il confine invisibile tra vita e opera

Qualche giorno fa sono stata al Pirelli Hangar Bicocca a vedere la mostra di Nan Goldin, This Will Not End Well, insieme alle ragazze di Rivelazioni.
Una mostra di cui non ho fotografato nulla, perché l’artista vieta foto e video, ma posso raccontarla attraverso la nostra esperienza, un documentario e una playlist musicale.

Nan Goldin è una delle artiste più significative della nostra epoca. Nasce a Washington nel 1953 e, dopo la morte della sorella Barbara, fugge dalla famiglia crescendo tra Boston e la scena della controcultura newyorkese degli anni ’70.

Dal 1979 a oggi non ha mai smesso di scattare, selezionare e montare le sue fotografie, producendo diversi slideshow. Organizza le diapositive in sequenze narrative che proietta con un sottofondo musicale, esplorando temi come la dipendenza in ogni sua forma, l’identità, l’appartenenza, la fluidità di genere e la violenza. La fotografia stessa diventa una dipendenza.

La sua storia e quelle delle persone che entrano nella sua vita si trasformano in racconti universali di amore e perdita, e di una costante oscillazione tra autonomia e dipendenza. Credo che ciò che rende universale il racconto visivo autobiografico di Nan Goldin sia proprio l’editing e il modo in cui decide di presentarlo al mondo.

Nan Goldin afferma: «I miei slideshow sono film fatti di immagini fisse». Infatti, entrando nel primo padiglione della mostra, dedicato a The Ballad of Sexual Dependency, cuore della sua produzione artistica, la sensazione è quella di essere spettatori passivi che non possono decidere come fruire dell’opera: attraverso la sequenza scelta, il tempo di visione, il montaggio e la musica, l’artista ti conduce nel suo mondo. Sedersi sulle panche al buio e restare lì per 41 minuti a guardare The Ballad è stato come essere afferrate per le caviglie e trascinate nelle profondità di Nan Goldin e delle sue relazioni.

Il punto chiave è proprio questo: l’artista non fotografa soggetti, ma relazioni. Lei stessa descrive The Ballad come «il diario che lascio leggere alle persone. Le immagini scaturiscono dalle relazioni, non dall’osservazione». È ciò che differenzia il suo lavoro da quello di altre artiste che hanno affrontato temi simili, su tutte Diane Arbus. Negli slideshow di Goldin non si percepisce il confine tra lei e chi fotografa, tra la vita e l’opera (o forse c’è, ma non si vede), e questo la rende potente, ipnotica e disturbante.

La mostra ospita sei degli slideshow più significativi dell’artista e altri video. In un pomeriggio, con alcune pause per confrontarci, siamo riuscite a vedere The Ballad of Sexual Dependency (1981-2022), Memory Lost (2019-2021), Sirens (2019-2020), The Other Side (1992-2021) e Stendhal Syndrome (2024).

All’uscita da Stendhal Syndrome abbiamo deciso di fermarci e, ripensandoci a distanza di qualche giorno, direi che eravamo sature ma anche svuotate da quella assenza di confini tra Nan Goldin e chi fotografava, ma anche tra noi e la sua opera. Fino a oggi credo sia stata l’esperienza più intensa che abbia mai avuto guardando il lavoro di un’artista.


Per approfondire

Il documentario che consiglio è Tutta la bellezza e il dolore, che racconta su due binari paralleli la vita e l’arte di Nan Goldin e il suo attivismo. Diretto da Laura Poitras, intreccia dimensione privata e politica: dalle azioni del collettivo P.A.I.N., fondato da Goldin per contrastare lo stigma della dipendenza e mettere in discussione i finanziamenti museali controversi della famiglia Sackler — responsabile della diffusione dell’ossicodone — fino alle fotografie che hanno segnato la sua carriera e raccontato la comunità che ha scelto come famiglia. Il documentario è un’occasione per comprendere come vita e pratica fotografica possano diventare un atto politico.


La playlist

La prima versione della colonna sonora di The Ballad of Sexual Dependency (1979) era stata realizzata per essere proiettata alla festa di compleanno di Frank Zappa al Mudd Club di New York. Quella che ascoltiamo oggi è stata finalizzata da Nan Goldin nel 1987 ed è rimasta immutata da allora.


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